Un piccolo assaggio del libro Cagliari dei miei ottant’anni (1930-2010)
Il Novecento cagliaritano
Come la stabilità di un palazzo necessita di solide fondamenta, così un discorso su un determinato periodo storico di una località richiede una base di partenza che illustri la situazione del momento. È evidente, dunque, che per inquadrare ottanta anni della vita di Cagliari si impone una panoramica della situazione cittadina all’alba del 1930.
Sono ormai lontani i giorni in cui è stato messo in atto l’abbattimento di mura, bastioni e porte che separavano i quattro quartieri storici, determinando la formazione di un unico ordito urbano. Non è da sottovalutare l’opera svolta, a cavallo fra Ottocento e Novecento, dal sindaco Ottone Bacaredda intesa a dilatare la città verso il mare, con la realizzazione in via Roma del Palazzo civico, progettato dagli ingegneri Crescentino Caselli e Annibale Rigotti. Non meno importante la costruzione del bastione di Saint Remy (1903) al posto dei bastioni spagnoli della Zecca e dello Sperone.
Appare subito evidente che quello degli anni Trenta è un periodo decisamente positivo sotto molti aspetti, a cominciare dalle opere pubbliche realizzate nel precedente decennio. Infatti, grazie alla famosa legge che nel 1924 aveva stanziato a favore dell’isola la favolosa (per allora) cifra di un miliardo, in buona parte utilizzata proprio a vantaggio del capoluogo, vengono costruiti, fra l’altro, i palazzi della Legione Carabinieri, delle Poste, del Provveditorato, dell’Archivio di Stato e del Genio Civile, alcuni teatri dopolavoristici, ecc. Inoltre, due ottimi amministratori, i podestà Vittorio Tredici ed Enrico Endrich, hanno potuto realizzare opere ancor oggi meritevoli di ammirazione. A Tredici (1923-1928) si deve l’acquisizione dell’area del Poetto e la costruzione della strada per raggiungerlo; ad Endrich (1928-1934) la predisposizione del piano regolatore, la realizzazione della Galleria comunale d’arte nei Giardini pubblici e la costruzione del Terrapieno, decisa, nonostante il regime dittatoriale, da una consultazione popolare.
Con gli anni Trenta l’economia della città si potenzia, il che giustifica l’entrata in funzione di nuovi istituti di credito come la Banca Nazionale del Lavoro, il Banco di Roma, l’Istituto regionale di credito agrario, ecc., i quali vanno ad aggiungersi alle già operanti Banca Commerciale (dal 1906), Credito Italiano (dal 1913) e Banco di Napoli (dal 1890), che disponeva anche di un banco dei pegni. Continuano a sopravvivere i bàscius (sottani), ma l’edilizia viene incrementata con edifici come il palazzo Incis, nella piazza Galilei, destinato agli impiegati statali, le case di via Sonnino per i dipendenti comunali e le palazzine costruite dall’Iacp (Istituto autonomo case popolari) nella zona di Bonaria. Non è assente l’iniziativa privata alla quale si deve la realizzazione di villette sparse nel vasto territorio che in seguito si svilupperà con la formazione del quartiere di San Benedetto. Un altro imponente palazzo è quello de La Rinascente, inaugurato nel 1931 all’angolo fra la via Roma e il largo Carlo Felice, dove prima era il baraccone del cinema Iris.
Ormai le passeggiate, che prima interessavano soprattutto il bastione di Saint Remy e il primo tratto del corso Vittorio Emanuele, si svolgono in una rinnovata via Roma, dove un’alberatura, messa a dimora negli ultimi anni dell’Ottocento, è ormai foltissima. Per giunta, sotto i portici si può godere della musica proposta da un’orchestrina sistemata su un palco antistante il frequentatissimo Caffè Torino.
Il clima di serenità sta, tuttavia, per subire un duro colpo. La prima avvisaglia, di cui ben pochi si rendono conto, si ha il 10 giugno 1940, quando in piazza Costituzione un’immensa folla ascolta il discorso che Benito Mussolini pronuncia dal balcone di piazza Venezia, con cui annuncia l’avvenuto invio della dichiarazione di guerra all’Inghilterra e alla Francia. Nonostante da mesi sia in atto il razionamento di molti generi (pane, carne, zucchero, caffè, tabacchi ed altro) l’annuncio del Duce suscita entusiasmi e applausi a non finire. Imprudentemente si sogna una rapida vittoria e un riconquistato prestigio da grande potenza. È per il momento un’idea di guerra “lontana” che si materializza prevalentemente con la schermatura dei fanali, l’eliminazione dell’illuminazione pubblica, l’applicazione di strisce di carta ai vetri per evitare che vengano frantumati in caso di bombardamenti.
Per tre anni sembra così ai cagliaritani che la guerra sia molto distante e non possa toccare la città, salvo la caduta di qualche bomba che danneggia alcuni palazzi e causa diverse vittime. Il brusco risveglio si ha il 17 febbraio del 1943, quando un pesante spezzonamento americano causa decine di morti e numerosissimi feriti. Ma il peggio deve ancora arrivare. Così i cagliaritani, nonostante il precedente, sono impreparati ai bombardamenti che si susseguono dal 26 e 28 febbraio fino al successivo 13 maggio.
Il maggior numero di vittime si registra domenica 28 febbraio: i morti ammontano a oltre trecento e numerosi sono i palazzi distrutti. La carneficina è resa possibile dal fatto che l’incursione ha luogo quando i fedeli escono dalla chiesa di San Francesco da Paola, in via Roma, dopo aver assistito alla messa di mezzogiorno. Viene anche colpita la stazione ferroviaria dove è appena arrivato un treno che riporta in città tanti sfollati i quali, purtroppo, non sono riusciti a trovare sistemazione. Altre decine di morti si contano nel bombardamento del 31 marzo e non pochi edifici vengono rasi al suolo. Infine, il 13 maggio, una quarantina di morti sancisce la conclusione dei bombardamenti. Ormai a Cagliari c’è rimasto ben poco da distruggere. Tre giorni prima, il 10 maggio, il gonfalone della città era stato insignito del distintivo d’onore come Mutilato d’Italia.
La città è ora ridotta a un cumulo di macerie, ma non tutta la popolazione è sfollata nei paesi dell’interno. C’è chi non vuole abbandonarla e chi proprio non se lo può permettere. Da qui l’invasione di grotte, rifugi, persino dell’anfiteatro romano e la creazione di bidonvilles nelle quali si cerca di sopravvivere nonostante le pesanti ristrettezze, soprattutto per l’alimentazione. C’è anche chi ogni tanto raggiunge la propria casa, per quanto pericolante, e quindi inabitabile, per controllare se sia stata oggetto di “attenzioni” da parte degli immancabili sciacalli.
Con la resa dell’8 settembre 1943 la guerra per la Sardegna può dirsi conclusa e i cagliaritani rientrano nella loro città, anche se molti debbono adattarsi a vivere nei capannoni militari di via Is Mirrionis o nei tristi complessi realizzati all’Ausonia, nel Poetto, o nel borgo Sant’Elia. Con l’arrivo delle truppe Alleate non pochi sono i cambiamenti, soprattutto per quanto riguarda la moralità. È spesso la fame a spingere molte gonnelle a mostrare la propria disponibilità verso i militari che dispongono di ogni ben di Dio. Si crea così anche a Cagliari il fenomeno delle segnorine, destinate a scomparire con il trasferimento della guarnigione.
È in questi anni difficili che la tradizionale apatia dei cagliaritani subisce una scossa positiva con l’avvio dell’opera di ricostruzione. Considerevole è l’impegno che in questo senso viene profuso, dal dicembre 1943 al giugno 1948, dai sindaci Gavino Dessì Deliperi, Cesare Pintus e Luigi Crespellani. Poco alla volta prendono consistenza i nuovi quartieri, a cominciare da quello di San Benedetto, dove le iniziali villette vengono circondate da palazzi che, col tempo, raggiungono sempre maggiori altezze.
Gli anni successivi sono caratterizzati dalla politica: dalle elezioni amministrative del marzo 1946 al referendum istituzionale, alla Costituente del successivo mese di giugno, alle politiche dell’aprile 1948. Nello stesso anno la Sardegna conquista l’autonomia amministrativa e, con le elezioni dell’8-9 maggio 1949 (alla cui campagna elettorale partecipa anche il presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi), viene eletto il Consiglio regionale, che si riunisce per la prima volta il successivo 28.
Proprio in questi anni fanno la loro comparsa due motoscooter che col tempo diventeranno famosi: la Vespa e la Lambretta. Non solo il limitato consumo di carburante e la comprovata utilità ne favoriscono la rapida diffusione, per i più giovani rappresenta anche un incentivo per la nascita di facili amori.
La religiosità dei cagliaritani si manifesta il 20 febbraio 1949 alla scomparsa dell’amato arcivescovo mons. Ernesto Maria Piovella, che dal 1920 aveva retto la diocesi distinguendosi per dolcezza e umanità. Il cordoglio della cittadinanza è confermato dalla massiccia affluenza di fedeli al funerale, nonostante una pioggia ininterrotta. A lui succederanno mons. Paolo Botto (1949), il cardinale Sebastiano Baggio (1969), l’arcivescovo Ottorino Pietro Alberti (1988) e l’attuale presule Giuseppe Mani (2003).
Negli anni Cinquanta si registra una ripresa vigorosa: i negozi di ogni genere sono meglio riforniti, il Poetto è sempre più frequentato e perfino i collegamenti marittimi con la penisola mostrano un certo potenziamento. Nel 1955 suscita interesse la trasmissione radiofonica “Il campanile d’oro” perché giungono in finale la Sicilia e la Sardegna, ma poiché i risultati dipendono dal numero di cartoline voto inviate alla Rai, è evidente che la demografia gioca in favore della Sicilia. Comunque, per chiudere l’inevitabile polemica, alla Sardegna viene assegnato un premio di consolazione: “Il campanile di Giotto”, pure d’oro.
L’anno dopo arriva nell’isola la televisione e in città spopolano trasmissioni come “Lascia o raddoppia” e “Canzonissima”. Non sono molti a possedere il televisore, ma a provvedere sono alcuni cinematografi e qualche bar. Anche lo sport ha un posto di rilievo, così grande è l’affluenza di pubblico al primo Giro ciclistico della Sardegna, che prende il via da Cagliari nel 1958.
Ancora nuove opere pubbliche negli anni Cinquanta e Sessanta: dalla “città giardino” in via Pessina al teatro comunale, la strada panoramica di Monte Urpinu e l’inizio dei lavori per la realizzazione della Cittadella dei musei. Procede anche l’edilizia popolare e prendono l’avvio i nuovi quartieri di Genneruxi, La Palma, Mulinu Becciu, Is Bingias, oltre al nuovo piano regolatore (1962).
Nel corso dei decenni grandi sviluppi si registrano nel campo dello sport, dall’atletica al nuoto, dall’ippica al calcio, dal pugilato al basket e alle regate. Ma il colpo grosso si verifica a conclusione del campionato 1969-1970, quando la squadra del Cagliari, guidata da Mario Scopigno, vince lo scudetto. L’entusiasmo della città è alle stelle e i giocatori vengono osannati a non finire. La stella più brillante è Gigi Riva, il campione che non abbandonerà più Cagliari, nonostante la città non gli abbia dato i natali. In effetti, la conquista del titolo non porta lustro al solo capoluogo ma a tutta l’isola, che vede aumentare la sua notorietà in Italia ed all’estero.
Nell’ultimo trentennio del secolo la città può gloriarsi della visita di due pontefici: Paolo VI il 24 aprile 1970 e Giovanni Paolo II il 19 ottobre 1985. Non meno gradite le visite dei presidenti della Repubblica: da Giovanni Gronchi (1° febbraio 1958) a Francesco Cossiga (27 giugno 1985) e a Oscar Luigi Scalfaro (nell’aprile 1994 per inaugurare la Fiera campionaria, il 10 marzo 1995 e il 26 giugno 1998).
Considerevole è anche il potenziamento nel settore sanitario: all’antico ospedale San Giovanni di Dio, l’ospedale civile per antonomasia, si sono aggiunti il Santissima Trinità, il Brotzu, l’Oncologico, il Microcitemico, il Marino e le cliniche universitarie, a cui va sommato un certo numero di case di cura private. Non minor incremento si verifica nel settore creditizio con l’apertura di banche come la Cariplo, il Monte dei Paschi di Siena, la San Paolo, la Deutsche Bank, la Banca d’America e d’Italia.
La rapida panoramica proposta forse è troppo riduttiva e tale da non dimostrare che il Novecento è stato un secolo decisamente positivo per lo sviluppo economico e sociale della città. In effetti va riconosciuto che consistenti miglioramenti si sono verificati in tutti i settori, e il futuro promette bene anche per quanto riguarda il settore turistico, considerato il sempre crescente numero di navi da crociera che attualmente gettano le ancore nel nostro potenziato porto.