Settecentottantacinque giorni all’inferno

Diario di un Sottotenente dell’aeronautica deportato nei campi di concentramento nazisti di Grajevo, Beniaminowo, Sandbostel, Deblin, Bremenvörde, Wietzndorf (26 settembre 1943-24 agosto 1945)

Autore: Angelo Graziu – a cura di Francesca Murranca
Anno: 2013
Pagine: 336
ISBN: 978-88-95692-80-7
Prezzo: € 14,00
Note: -

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Il libro

Quattro vecchi quaderni, molti fogli ingialliti e tre cartelle riferite all’internato n. 5809, lager 333 di Wietzendorf. Sono i diari manoscritti da Angelo Graziu, ufficiale dell’Aeronautica, deportato e tenuto prigioniero in diversi lager nazisti, prima dai Tedeschi e poi dagli Inglesi.

La prigionia iniziata l’8 settembre 1943 e conclusasi il 4 settembre 1945, l’ha costretto a dure privazioni, nei campi di Grajevo, Beniaminowo, Deblin, Bremervörde – dove erano reclusi circa 20.000 prigionieri di tutte le nazionalità , tra i quali 4.000 Italiani (tra gli altri Giovannino Guareschi) – ed infine nel campo di Wietzendorf.

Per settecentottantacinque giorni Angelo Graziu ha sfidato il destino registrando la cronaca quotidiana della sua dolorosa vicenda. Nelle 475 pagine, riempite con fitta grafia, trovano così spazio descrizioni della vita nei campi, riflessioni personali, “evasioni” culturali e spirituali per resistere alla sopraffazione fisica, psicologica e morale, notizie storiche e politiche, atti formali degli ufficiali superiori italiani, nonché l’elenco con grado e generalità  di 45 compagni di sventura sardi a Bremervörde (maggio 1944) e i nomi, con sigle di appartenenza alle diverse forze armate e grado, di 106 ufficiali che sono stati suoi compagni di baracca nei vari lager.

Come ha scritto sull’Unione sarda Nando Monello, che l’aveva conosciuto mentre era in servizio nell’Arma Aeronautica a Cagliari, “si tratta di una testimonianza che meriterebbe di essere letta dai giovani d’oggi, affinché non dimentichino il sacrificio degli italiani che si rifiutarono di affiancare gli oppressori”.

Angelo Graziu è deceduto nel 1977 e questo documento viene pubblicato in Sua memoria.

Dalla prefazione

Tra il 1943 e il 1945 l’acronimo IMI (Internati Militari Italiani) andò a identificare oltre 600 mila militari italiani che dopo l’8 settembre furono disarmati e fatti prigionieri dall’esercito tedesco1. La loro storia non è stata finora oggetto di particolare interesse da parte della storiografia che ha spesso tralasciato la ricostruzione di queste vicende, concentrandosi prevalentemente sulla ricostruzione degli episodi di resistenza svoltisi, tra il 1943 e il 1945, all’interno dei confini nazionali. In una certa misura questo silenzio storiografico lo si può anche imputare al fatto che i protagonisti di questa resistenza fossero dei militari, e alle difficoltà  di inquadrare come resistenti oltre 600 mila militari del Regio Esercito che fino all’8 settembre avevano combattuto al fianco dell’alleato tedesco e soprattutto, seppure fedeli alla monarchia, avevano combattuto le guerre del fascismo. È proprio questo silenzio che non ha finora permesso di mettere in luce in maniera ampia e chiarificatrice le modalità  con le quali questi militari agirono dopo l’8 settembre e ha fatto scaturire una riflessione sul perché le loro azioni possano o meno considerarsi atti di resistenza nei confronti del nazifascismo. Le poche ricostruzioni storiche e la memorialistica sul tema concordano sul punto che durante il lungo periodo di detenzione gli internati italiani ebbero più volte occasione di evitare la vita di segregazione dei campi d’internamento; per evitare la fame e le sevizie dei campi essi dovevano accettare di combattere per la Repubblica Sociale Italiana. Soltanto una percentuale esigua degli internati accettò di entrare nell’esercito repubblichino, la maggioranza degli IMI rimase in stato d’internamento nei campi di mezza Europa.

Immediatamente dopo il 25 luglio, la destituzione e l’arresto di Benito Mussolini, Hitler e le gerarchie militari tedesche predisposero un piano di occupazione dell’Italia nel caso quest’ultima avesse firmato una resa unilaterale con gli Alleati.

Il piano, al quale venne dato il nome Achse, prevedeva che l’esercito tedesco occupasse tutte le strutture militari più importanti della penisola, e soprattutto che i militari italiani venissero immediatamente disarmati e si evitasse la loro presenza nelle aree di combattimento.

In effetti, già  una settimana dopo l’8 settembre 1943, l’operazione di disarmo dei militari italiani da parte dell’esercito tedesco si poteva dire quasi ultimata2.

Quella data segna non soltanto l’annuncio dell’armistizio italiano con gli Alleati ma anche l’inizio per i militari italiani di quella che sarà  la loro vita da IMI.

Inizialmente il loro status effettivo risultò essere quello di prigionieri di guerra ma esso cambiò rapidamente, già  dal 20 settembre 1943, con l’emanazione di un decreto che indicava tutti i militari italiani internati nei campi di prigionia tedeschi come sottoposti a regime di internati militari. La perdita dello status di prigioniero di guerra non aveva soltanto una valenza morale, con il mancato riconoscimento dei militari italiani quali veri e propri combattenti, ma anche pratica; tutte le convenzioni internazionali che garantivano i diritti dei militari fatti prigionieri in tempo di guerra non si applicavano allo status di «internato militare».

Il cambiamento di status rafforza l’interpretazione che per quasi tutti i militari italiani l’internamento risultò una scelta; privati di qualunque beneficio derivante dallo status di «prigioniero di guerra», essi furono sottoposti a più riprese, tra il 1943 e il 1944, a continue offerte per conquistare la loro adesione alla RSI. Nonostante le prospettate migliori condizioni di vita soltanto un esiguo numero di essi accettò la proposta; la maggior parte «scelse» di rimanere internato, pur sapendo a quale sfruttamento e a quali sevizie quella scelta li avrebbe confinati.

Ma ciò che appare significativo e interessante da indagare nell’esperienza degli internati militari italiani è proprio la motivazione della scelta fatta. Alcune memorie ci raccontano il percorso spirituale e concreto per arrivare a quella decisione.

Il diario di Angelo Graziu, che si snoda tra i campi di Grajevo, Beniaminowo, Deblin, Bremervörde, Sandbostel e Wietzendorf, è in questo senso esemplificativo. Le sue note pressoché quotidiane ci permettono di cogliere il concreto del suo percorso da internato ma anche di seguire un tragitto morale e spirituale che accomuna la maggior parte dei suoi commilitoni. Lo sdegno nei confronti di coloro che accettarono la proposta di unirsi alla RSI è accompagnato nel diario, o meglio nei diari, di Graziu dalle riflessioni sulla precarietà  e l’insostenibilità  delle condizioni di vita nelle quali si ritrovarono a vivere non soltanto gli internati militari ma più in generale tutte le popolazioni coinvolte nel secondo conflitto mondiale.

Le sue note, oggi, rappresentano non soltanto, come è giusto che sia, un caro ricordo per i suoi congiunti, ma vanno al di là  della sua stessa esperienza personale, costituendo una ricca fonte utile per gettare un’ulteriore luce su vicende ancora poco conosciute e studiate della storia d’Italia e degli italiani.

Alessandro Pes

Dottore di ricerca in Storia Contemporanea presso l’Università  di Cagliari

Qualche nota di presentazione

Erano i primi anni del dopoguerra, se non erro l’estate del 1949, quando incontrai per la prima volta Angelo Graziu. Del giorno in cui lo conobbi, nei pressi del chiosco di ghiottonerie in piazza Garibaldi, ricordo soltanto un fantastico cono gelato che mi offrì, grande e squisito come non ne avevo mai gustato prima. All’epoca avevo sei anni e quel giovanotto in divisa che si accompagnava a mia zia mi fu subito simpatico.

Maria Maddalena, semplicemente Maria per amici e parenti – laurea in lettere, conseguita a Firenze e docenza presso la scuola media “Giuseppe Manno” a Cagliari – era l’unica sorella di mia madre e viveva con noi in un appartamento in via Sebastiano Satta, dove erano evidentissime le ferite dei recenti bombardamenti. Il nostro nucleo familiare era dunque composto da: babbo, mamma, la zia, due fratelli e una sorella, più grandi di me, ed io.

Il bel Tenente dell’Aeronautica, in un breve volgere di tempo, si fidanzò con mia zia e prese a frequentare assiduamente la nostra casa. S’intratteneva volentieri con tutti noi: era gioviale, gaio, sempre contento. Spesso ci sorprendeva con graditissimi doni e ogni volta che lo invitavamo a pranzo o a cena, si presentava con un fiasco di buon Chianti e il dessert.

Il 2 agosto del 1950 Angelo e Maria si sposarono – ne fa fede una loro partecipazione di nozze, rinvenuta tra alcuni documenti personali – ma del giorno del loro matrimonio, non ricordo nulla.

Ad onor del vero alcune notizie del vissuto di questo zio acquisito le ho apprese soltanto in tempi recenti e per caso, anche se i diari scritti in prigionia, le foto e i libri a lui appartenuti, li avevo presi in consegna e aggiunti alle mie scartoffie quando, nel gennaio del 1985, venne a mancare mia madre, che in precedenza aveva ereditato ogni cosa alla morte dell’amata sorella, rimasta vedova nel 1977. Per meglio chiarire va detto che gli zii non avevano figli.

Soltanto nel 2006, mentre cercavo un volume per una ricerca, mi è capitata tra le mani una logora busta ingiallita con su scritto a matita: “DIARIO e altri ricordi di prigionia”.

Incuriosita l’ho aperta e ne ho estratto il contenuto. C’erano quattro vecchi quaderni: uno logoro privo di copertina e senza alcuna indicazione; altri due con copertina grigia ed etichetta bianca, uno con l’intestazione, Graziu Angelo e l’altro, Graziu Angelo – DIARIO – Wietzendorf, 28 Giugno1945; un quarto, coperta nera e mal ridotto, titolato: Sottotenente Graziu Angelo – Graiewo – Beniaminow – Deblin – Sandbostel – Wietzendorf.

A rendere voluminosa la mal ridotta confezione, c’erano anche tantissimi fogli numerati, molto ingialliti e con la scrittura in più parti sbiadita.

Ho preso a esaminare il tutto. È stato così che mi sono resa conto che tutti i santi giorni il giovane Sottotenente – deportato e malamente recluso in diversi campi di concentramento, prima in Polonia e poi in Germania – aveva redatto con cura la cronaca delle terribili giornate trascorse tra stenti, privazioni inenarrabili e orribili abusi che avevano messo a dura prova la sua dignità  di uomo e di soldato.

Dei primi trentotto anni di vita di zio Angelo so molto poco e certi dati li ho desunti da documenti che si trovavano nella busta “Diario”. Non ho mai conosciuto o sentito dai miei che esistessero dei parenti stretti, oltre i genitori ed un fratello.

Angelo Graziu era nato a Palmas Suergiu il 9 luglio 1912, da Antonio e Giuseppina Marras. Mario, suo fratello, era più giovane di lui di tre anni. Anch’egli, a quanto è dato sapersi, aveva intrapreso la carriera militare. Zio Angelo, che sapeva di greco e di latino, 19

aveva sicuramente frequentato il liceo classico e l’Accademia. Suo padre, desumo dall’indirizzo scritto per i suoi compagni di prigionia, lavorava a Iglesias per la miniera S. Benedetto.

Dalla cronaca scritta di suo pugno e da un documento di viaggio si può determinare che all’inizio del 1943 era effettivo al Comando dell’Aeronautica Repubblicana di Padova. In un brano del diario specifica: da Padova andai a Firenze, poi in Sicilia e quindi in Grecia”. È proprio in Grecia – dove arrivò il 6 agosto 1943 con chissà  quale incarico – che subito dopo l’armistizio, dagli ex alleati tedeschi, fu fatto salire, assieme a tantissimi altri militari, su un vagone bestiame con destinazione ignota.

Il prosieguo del viaggio, anzi dei viaggi, con permanenza per ben due anni in vari oflager, è il contenuto di questa opera di grande rilievo umano e storico.

Ogni parola del diario è stata da me trascritta senza modificare alcunché, escluso evidenti errori che ne avrebbero ostacolato la lettura o la comprensione. L’intera cronaca è data alle stampe in memoria di mio zio e per ricordare Quanti, assieme a Lui, vissero stoicamente la deportazione nei lager tedeschi, trattati in modo “imperdonabile”.

Per concludere, una nota. Se qualche aguzzino teutonico avesse scovato una sola pagina del diario, si può esser certi che per il povero Angelo sarebbe stata morte sicura.

Francesca Murranca