La foresta incantata e altre storie

Autore: Vito Zingale
Anno: 2014
Pagine: 152
ISBN: 978-88-98692-12-5
Prezzo:€ 13,00
Note: Disponibile da luglio 2014

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Il libro

La foresta incantata è come una raccolta di canzoni; organica e unitaria quanto può essere l’album di un cantautore. Ognuno dei 10 pezzi, scritti nell’arco di venti mesi, nasce da un’ispirazione autonoma, ma è legato agli altri dall’appartenenza a una medesima temperie fantastica.

Dal punto di vista narrativo e stilistico, l’intento dell’autore è stato quello di differenziare il più possibile una storia dall’altra, quasi a voler allestire un personale repertorio dei modi della narrazione fantastica.

Estratto dalla quinta storia

DIETRO LA PORTA

Si vide in una stanzetta semibuia, chiuso tra quattro mura. Dalla finestrella in cima al muro di fronte una luce livida, d’un grigio polvere, filtrava a fatica. Si indovinava un cielo plumbeo di là dal vetro opaco. le pareti, scrostate e sporche, erano coperte di graffiti osceni. Un lettuccio sgangherato, una sedia sfondata, un tavolino zoppo costituivano tutto l’arredamento di quella che fin dal primo istante gli parve la cella di un carcere. Dietro la porta metallica, di ferro scuro arrugginito, poteva udire dei rumori sommessi: parevano i passi cauti di qualcuno che girasse da quelle parti attento a non rivelare la propria presenza, il frusciare guardingo di uno che spiasse dal buco della serratura. Sullo sfondo di quei suoni ravvicinati poteva avvertire con innaturale distinzione dei ripetuti rumori metallici, regolari, simili a quelli prodotti nella fucina di un fabbro o in un cantiere edile quando si montano le armature.

Fatti quattro passi avanti e indietro, dalla porta al muro sotto la finestrella e ritorno, si vide disteso supino sul letto, in attonita contemplazione delle spaccature nell’intonaco del soffitto e delle macchie di umidità che le contornavano. rifletteva, come in un sogno, sul perché si trovasse lì. Si chiedeva con ansia, ma anche con una curiosa sensazione di abbandono – come chi covi il sospetto che non sia poi così male vivere, per una volta, in una condizione di totale irresponsabilità – cosa avesse a che fare con lui tutto questo, e cosa fosse, di fatto, tutto questo… non seppe darsi risposta, non riuscì a immaginare ipotesi, spiegazioni plausibili. Dopo un po’, anche per uscire dal torpore che lentamente lo prendeva, si mise a osservare con occhi stanchi il profilo dell’ombra che avanzava sul pavimento mentre fuori la luce polverosa si smorzava in un crepuscolo invernale. Provò, per la prima volta da quando s’era visto rinchiuso lì dentro, dei brividi di freddo in tutto il corpo. Si avvolse nella coperta di lana grigia distesa ai piedi del lettuccio. non aveva fatto caso, fino a quel momento, al gelo invernale che regnava tra quelle quattro mura. Stanco di pensare alla sua nuova situa- zione, si addormentò.

Quando riaprì gli occhi era tutto buio attorno a lui. i fruscii dietro la porta non cessavano. il sordo sferragliare in sottofondo avanzava regolare. Una violenta luce bianca, sparata d’un tratto dai quattro angoli del soffitto, lo abbagliò. ebbe un sussulto, quasi uno spasimo, come se qualcuno lo avesse schiaffeggiato. era l’illuminazione di lampade al neon che si accendevano all’ora stabilita dal regolamento carcera- rio (si trovava dunque in un carcere?). Stava per alzarsi, con fatica, le ossa stanche, i muscoli intorpiditi, quando lentamente la porta si aprì, le luci si spensero una dopo l’altra, e un uomo vestito di una strana di- visa azzurrina, stracciata e sporca, si avvicinò in tutta calma ai piedi del letto. era un vecchio di corporatura robusta, con una folta barba color cenere, gli occhi neri, e un sorriso sdentato e sornione. Agitava con fare divertito un gran mazzo di grosse chiavi, e sorrideva come a compiacersi dell’altrui incredulità. Dal vano della porta rimasta aperta veniva una strana luce attenuata, rossiccia, sullo sfondo della quale la sagoma del vecchio spiccava ancor più nera e incongrua. “Caro figlio!” – gli si rivolse l’uomo barbuto – “Chi sbaglia paga. è la legge”. Una risata catti- va seguì queste parole. lo sbigottimento in cui era caduto gli impedì di pensare a una risposta, anche solo di dire qualcosa. Si vide seduto sul letto, gli occhi sgranati, doloranti, a fissare attonito il bagliore rossastro alle spalle del secondino (era dunque un secondino, quello lì?), men tre un terrore indefinibile, assurdo, mai provato prima, si impadronì di lui quando credette alla fine di riconoscere quella voce di vecchio. Si immaginò di sognare, si disse: “non può essere!…” e improvvisamente, guardatosi attorno, si vide circondato di gente, dentro un grande salone delle feste dove si ballava al suono di un’orchestrina jazz. Stava al fianco di una giovane donna vestita di bianco, che lo guardava sorridendo- gli felice. Si vide seduto a un lungo tavolo, attorniato da facce allegre, festanti. Si celebrava qualcosa di solenne in quel salone… ma lui che c’entrava?

Alzatosi, fece quattro passi per rendersi conto della situazione. Passando per caso davanti a un grande specchio si accorse del vestito che indossava: un frac da cerimonia, elegantissimo e costoso. Pensò di es- sere ospite a un matrimonio. Si chiese chi fosse lo sposo. lo giudicò fortunato quando, nel mezzo di un complicato giro attraverso il salone, intravide la sposa bloccata da una fila di invitati intenti a farle gli auguri. era bella e felice, e spandeva tutt’attorno felicità e bellezza come fa la luce dell’alba in un chiaro mattino d’estate. […]