La solitudine degli estremi

Autore: Giorgio Piras
Anno: 2012
Pagine: 104
ISBN: 978-88-95692-62-3
Prezzo: € 12,00
Note: Formato 15×21

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Dalla Nota dell’autore

… Ne è valsa la pena vivere questa vita, viverla in questo modo? È una domanda che ormai si fa spesso, ora non ci sono più belle donne alla sua porta, nè cavalli bianchi. Si trova come se fosse l´ultimo giorno d´estate al freddo e con tutte le porte chiuse. Non è facile la vita di ogni giorno, ormai si sveglia e l´alba lo colpisce come un pugno in faccia a cui comunque sta imparando a tendere le braccia.

Lungo il suo percorso ha lasciato sparsi brandelli di cuore, e non sa come sia possibile che ne abbia ancora per vivere.

La quarta di copertina

Sono nato nel periodo più sbagliato di questo secolo, quello della generazione meno importante.

Non ho vissuto il Sessantotto con i suoi ideali perché troppo piccolo, non ho vissuto gli anni di piombo perché ancora troppo piccolo, ho soltanto sfiorato gli anni Ottanta alla soglia dell’adolescenza.

Quindi sono cresciuto senza ideali, né politici né umanitari; appartengo a quella generazione che veniva considerata una generazione fallita dai sessantottini fricchettoni e una generazione di passaggio da quelli più piccoli (i dandy degli anni Novanta). Ero della generazione cosiddetta dei paninari. La più sfigata insomma.

A questo si aggiunga che sono cresciuto a Cagliari, una città  che per la sua natura isolana tende a chiudersi in se stessa e a fare dei suoi abitanti delle persone introverse.

La postfazione di Stefano Rotta

Prima la vita, poi la scrittura. Scrivere una prefazione di questo libro sarebbe stata un’idiozia. Non è un romanzo, è un pezzo di vita tradotto in parole che entrano per la pelle e non dagli occhi. Prendono alla gola perché sono vere: non solo perché tutto accaduto, ma per la difficilissima scelta dell’autore: mettersi in gioco, e generosamente raccontare di sé, intessendo nella foga di scrivere esistenza e storia recente (a volte rimossa) d’Italia: il caso Ilaria Alpi, l’attacco dei guerriglieri somali al Check Point Pasta di Mogadiscio, Tangentopoli, il suicidio (?) di Raul Gardini. Tutto vissuto sempre da uomo, da protagonista, dilaniato in maledette sofferenze. Scrivere non è difficile: è difficile tradurre vita in scrittura. Esistono plot narrativi a uso e consumo dello scrivente scaricabili da internet. Tutti, nel mercato di oggi, possiamo ambire alla pubblicazione di un libro, e non poche (finte) case editrici ci campano. Qui è diverso. È tutto l’opposto. C’è la pasoliniana necessità  di scrivere. C’è l’impulso di cavarsi fuori dalle viscere una vicenda, cosa che mai avresti pensato di fare. C’è il sangue, dentro l’inchiostro. Homo sum, humani nihil a me alienum puto: questa storia ci interessa e ci deve interessare anche se a noi mai busseranno alla porta gli uomini dei Servizi, o imbracceremo un Tkk contro donne e bambini tenuti ostaggi; ma come esseri umani, nel nostro piccolo messi davanti alla scelta fra rigore e compromesso, fra casa e avventura, fra Annarosa ed Elizabeth, fra andare o restare. Qualche anno fa uno scrittore chiamato Andrea Maietti mi disse «ricorda, Steve, dietro chi scrive ci deve sempre essere un uomo»; Michele Serra mi scrisse, «prima vivere poi scrivere, il resto è tutto taglia e cuci». Antiche massime del mestiere di scrivere (tutte più o meno figlie dell’antichissima regola, primum vivere, dehinde philosophari), spesso platealmente accantonate da chi scrive per professione e accettate dignitosamente, in questo caso, da chi per mestiere ha prima sparato, poi trafficato, quindi venduto auto di grossa cilindrata e infine addirittura rubato, e non poco. In queste pagine c’è un uomo che ha vissuto – che vuole ancora vivere, sempre alla ricerca di qualcosa di grande – e per sopravvivere scrive. «Scrivere per me è stato il veleno che mi ha guarito», mi confidò.

Quand’ho visto Giorgio Piras stava su un divano sfondato con una camicia elegante, non appariscente. Il Generale della Rovere di Indro Montanelli. Intorno persone, ragazzi, sfondati di droga di strada. La stessa che è volata nei cieli in traffici a lui ben noti. «Sono qui con le mie vittime», mi disse dopo un intenso scambio di battute. Ecco, dovessi (devo) parlare di questa persona, dall’umanità  così forte, così pericolosa più per se stesso che per gli altri, non vengono parole migliori dei testi di «Sciur Capitan» e «La Figlia del Tenente», piccoli capolavori di Davide Van De Sfroos. Ascoltate queste canzoni, così semplici, e capirete Giorgio Piras. Il miliare la prima e l’uomo la seconda: il Piras dilaniato dall’ombra vitale e devastante di Rispa. Un uomo – credo – vissuto (vivente) con l’idea che la pace non è una condizione ma un traguardo, che non esistono fronti buoni e fronti cattivi, ma un marasma di bassi istinti, commerci sporchi, traffici criminali e reciproci sgambetti con le informazioni sensibili come arma. Le missioni di pace non escono bene da questa testimonianza. La sua è una penna frastornata dalle torture psicologiche, ma circostanziato nella descrizione degli eventi. Così chi lo segue nella riabilitazione, la dottoressa Raffaella Bortino, scrive di lui: «Lucido, attento, sagace, stimolante. Stupisci e fai aspettare l’agguato senza truccare, senza farti sfuggire nulla né nelle descrizioni né nelle emozioni. Vengono alla mente certi racconti di Joyce Carole Oates o semplicemente Truman Capote». L’autore è al momento in cura presso Fermata d’Autobus, in Piemonte. Vi si è rivolto spontaneamente nel dicembre ”˜11, per problemi di bipolarismo e sdoppiamento di personalità , patologie analoghe a molti reduci. Il percorso si è da poco concluso, sarà  però necessario il ricorso a una terapia farmacologica a vita, e psicologica per diversi anni.

Giorgio Piras fu Rispa è un uomo che ha passato l’educazione severa (e in ultimo compresa) di un genitore passato per i mali della Seconda Guerra Mondiale, il prematuro ingresso da soldato volontario nell’Esercito (lui ribelle in una generazione tutt’altro che ribelle, quella dei “paninari”, forse in cerca di altra autorità ), la guerra in Somalia, i Balcani, la galera dura da giovane, insieme a tanti colletti bianchi falciati dalle inchieste dei primi anni Novanta; e la galera dura da uomo maturo, assistendo a violenze (anche carnali) su ragazzi di diciotto anni, in quello che dovrebbe essere luogo di punizione, riflessione e rieducazione: non tortura. Qualche domanda ho dovuto farla. Per capire meglio. Tu lasci intendere nel libro che hai ammazzato persone. È successo su ordini precisi?  «Non sempre, spesso dovevo decidere in fretta e assumevo posizioni autonome».  Eri presente alla famosa battaglia del Check Point Pasta? «Sì ero presente riportando anche una ferita di striscio». Che ricordi hai, se ne hai, di Ilaria Alpi, e in generale del caso legato al suo omicidio? «Lei indagava sui pop’s e aveva scoperto ciò che gli italiani facevano. Noi avevamo avuto l’informativa dai servizi dell’aereonautica della sua presenza come persona non desiderata. Io non ho prove ma sostengo che lei sia stata uccisa su commissione. Lo dimostra l’interesse dei servizi nei suoi confronti. In quel periodo non c’erano problemi per i giornalisti in Somalia, lei è morta per fuoco “amico”»

C’è anche un bel po’ di cocaina (presa per fuoco, la noia non c’è in questa trama), l’indicibile sofferenza e rabbia provocata dai fatti, o forse da una lettura pura di fatti impuri commessi, e qui sta la tragedia, in prima persona. La tragedia di Piras è d’avere al contempo sensibilità  e vitalità , in dosi massicce. I richiami verso la guerra quotidiana di vivere (verso l’abisso, scriverebbe Buzzati) di Rispa, l’accorgersi del dolore del mondo di Piras. Giorgio ha la statura maledetta e controversa dei soggetti di Euripide. Adesso che la galera e la comunità  psicoterapeutica, ciascuna con i propri mezzi, hanno fatto il loro corso, ha il desiderio cocciuto e rasserenante di fare il bene. Di dimenticare. Di far dimenticare. Non è escluso, non lo esclude lui stesso in coda al libro, che ci sia in questa conversione (l’ultimo omicidio di tanti in vita, la parte più dinamica e distruttiva di sé) l’intervento provvidenziale di Dio. «A volte», scrive l’antico tenente, «mi sorprendo a pregare».